Le notti di gennaio sono fredde e tutte a blocchi. Pigre, poco lucenti. Il bianco latte copre il cielo del giorno che veloce scompare. Il buio senza stelle, nè luna, nè nuvole confortanti, inonda tutto e tutto rende fermo.
A volte se in piena notte mi fermo a guardare in alto, il cielo neanche c’è.
Succede così che in certe volte (celesti) un qualsiasi evento fuori rotta, un qualunque seppurminimo cenno di novità, riesca e possa smuovere la noia.
Ed è così che tutta intera la circonvallazione di Milano che taglia San Siro (e le sue luci), i navigli (e le ombre dell’acqua sempre lenta), corso San Gottardo (e quel suo grigio così disperato) si trasforma in una gigantesca scia di colore e velocità, che prende forza man mano che le mie mani prendono forza.
Non sono bravo con l’amore. Mai stato bravo con l’amore.

Jon Clary
Comments Off 26.01.2010. 18:23
Li chiamano uomini di colore ma il colore in realtà non c’è. Sono neri, non sono uomini colorati.
Vagano nel nostro meridione offrendosi per sopravvivere. E sopravvivono. Nascosti sotto le nostre grondaie, maledetti nei prati ampi e verdastri, rimpiccioliti nelle vecchie officine o nei capannoni umidi e sordi.
Si muovono in una continua migrazione che perfetta segue le stagioni. In primavera arrivano all’ombra del Vesuvio, la dove altri schiavi già vivono e si nascondono pericolosi, e piegano la schiena sui fili lunghissimi che reggono in piedi le piante di pomodori. Rossi.
A settembre spaccano le loro mani fra le vigne di Marsala, a novembre fra gli ulivi del Salento. In inverno inoltrato, invece, nel sud della Calabria raccolgono gli agrumi, quelli più succosi.
Sono schiavi, per il piacere del nostro vivere godereccio.
E gli schiavi, come la storia secolare insegna, arrivano poi ad essere padroni. Padroni del tempo e del futuro.
Ge

Daniel Eatock
Comments Off 21.01.2010. 12:59
In fila all’ASL con la febbre addosso, il magazine bello lucido e tirato, un pezzo di focaccia alle olive e l’ipod in modalità indie, attendo il mio turno. Ho il numero 144, siamo al 92.
Vivo in Bovisa da più di un anno.
Ho cambiato la mia residenza, messo a posto casa per quanto il conto in banca me lo permettesse.
Ho accettato i miei condomini, anziani, leghisti, cattolici e poco dediti alla pratica del saluto cortese. Arruffianato la portinaia e trovato una sarta, ucraina veloce ed economica. Fidelizzato la donna delle pulizie la quale, dopo una mia precisa accusa di furto di ore e di denaro, adesso conta i minuti di lavoro e non sgarra mai.
Ho conquistato un ambitissimo posto-scooter nel garage del quartiere. Fatto amicizia con il panettiere musulmano sotto casa, figlia velata e bimbo grassoccio compresi. Capito cosa comprare e dove.
Ho recuperato numeri utili per: idraulico, tapparellista, omini peruviani assi nel facchinaggio, elettricista ed anche calzolaio e ferramenta…eppure.
Eppure, sicuro della mia ferrea tenacia e non scalfibile salute, non avevo ancora provveduto all’assegnazione del medico di base - quello che serve esclusivamente per i certificati a lavoro e la ricetta per l’aulin, unico vero rimedio a certe sbronze nottune. Null’altro, per intenderci.
Una dimenticanza che mi ha condotto in coda, dolorante e tutto caldo, col mio 144 stropicciato nel taschino e davanti a me una scena dal sapore rivoluzionario.
“Lei non dovrebbe stare qui, conviene andar via, mi dia retta” continua a ripetere la ragazza allo sportello, mani gonfie e capelli crespi. L’uomo la guarda, sembra non capire. Continua a ripetere in cinese la stessa litania. Indica una donna seduta sulla panca con un bimetto tutto rosso in volto e tutto avvolto, minuscolo, nella sua copertina gialla.
“Non possiamo aiutarla…c’è qualcuno che parla cinese?“, la donna alza la voce verso la sala d’attesa.
Le si avvicina un uomo, le chiede “Cosa succede, cosa deve dire a lui? “.
“Il signore non ha il permesso di soggiorno e non risulta negli elenchi dell’ASL; chiede una ricetta per un medicinale ma non possiamo aiutarlo. Sto cercando di fargli capire che deve andar via altrimenti dovrei denunciarlo e chiamare la polizia. Glielo dica lei che deve andar via da qui“.
I due uomini cinesi parlano fitto, gesticolano forte e vanno via. D’improvviso un susseguirsi di voci si accalca e si ramifica e dagli sportelli la stessa donna grida “Se c’è qualcuno qui che vuole essere curato e ha bisogno di assistenza ma non ha i documenti in regola con le nuove disposizioni sull’immigrazione, sappia che noi siamo tenuti a comunicare alla polizia il reato, quindi per evitare conseguenze negative per voi conviene che non vi presentate agli sportelli se non con tutte le carte a posto“.
“Cosa faccio io? ” Bisbiglia una donna araba. “Signora, dia retta a me - interviene una sciura sui 60 anni ma con meno chili addosso - vada direttamente da uno dei medici di base che trova nell’elenco lì appeso al muro, vedrà che l’aiuteranno anche se non ha i documenti giusti“.

Fanny Bostrom
Se c’è una giustizia in questa città, gli uomini e le donne che la vivono ogni giorno l’hanno capita bene. Meglio, oltre, di quanto faccia chi ci governa.
Passeranno i tempi bui. Adesso lo so.
Ge
Comments Off 23.12.2009. 15:45
E’ bastata una settimana per tornare figlio.Legato dal sangue, dallo sguardo sempre severo.
E’ bastato davvero poco: qualche ora di treno, una valigia stracolma e tutta una serie di pregiudizi da abbattere.
Mia madre è una donna bellissima. Sincera. Volenterosa.
Con un unico vero difetto: non aver trasferito su di me tanti dei suoi pregi.
Non ho il suo senso del dovere, manco di programmazione. Molti mi giudicano un ottimo coordinatore, di spazi e di tempi, ma fingo: io brancolo.
Mia madre è com’era mio padre. Persone sicure. Mai impreparate. Una vita fatta di certezze: la casa in città, la casa al mare. lavori stabili, e oggi stabile pensionamento. Cura dei figli, ancora oggi come allora. Cura degli affetti, mai tralasciati.
Avere mia madre qui con me, nella mia nuova casa a Milano, mi ha reso fragile. Quasi impreparato.
Io non so una montagna di cose che lei sa. Io non so come risolvere certe piccole questioni che lei sa sempre come affrontare: una bolletta in ritardo; le riunioni condominiali; l’idraulico che alza il prezzo; o anche la spesa migliore al miglior prezzo.
Mia madre ha rivoluzionato gli armadi e i cassetti, ha rimescolato giacche e calzini. Adesso, lo ammetto, vestirmi ogni mattina è più facile.
Mia madre non perde la fastidiosa abitudine di sgridarmi se, appena rientrato dal lavoro, non tolgo le scarpe e mi metto comodo; ma soltanto lei è riuscita a togliere quell’orribile macchia bianca sul mio parquet.
Ed io la adoro.
Ge
Comments Off 26.11.2009. 15:16
Norbert Biski
Non so cosa sia peggio. Leggere poesie lasciando che ogni parola ti resti in testa per nottate intere. E mostrarsi deboli e affranti di fronte alla bellezza più pulita.
Oppure evitare scaltramente ogni battito, ogni colpo di reni. Camminare diritti, fieri e diritti.
Non lo so.
Quello che so, quello che sto capendo in questi anni che mi separano dal mio mare, è che non c’è miracolo senza penitenza. E che: per essere salvati, bisogna prima essere in pericolo. In vero pericolo.
“Mi chiedono se la mia disperazione sia pari alla tua assenza. No, è qualcosa di più: è un gesto di morte fissa che non ti so regalare'’.
Alda Merini
Comments Off 04.11.2009. 17:10
C’è una notte durante l’anno dove il tempo regala tempo. La notte più lunga dell’anno.
E non per un fatto di stelle, stagioni, venti o passioni. Ma per una pura questione legale.
Nel bel mezzo della notte, d’improvviso, il tempo salta indietro e un’ora intera viene cancellata, come se non fosse mai stata vissuta.
Non so cosa abbiate fatto stanotte ma se avete dormito, credetemi, avete perso una grande possibilità: essere liberi, sfacciati, forti e finalmente veri.
Tra le 2 e le 3 di notte, qualsiasi cosa abbiate fatto, di fatto, non esiste.
Che abbiate preteso un brivido, donato un attimo, baciato uno sconosciuto con quella passione possibile soltanto con chi non amiamo.
Leccato, bevuto, dovuto subire una sola ridicola umiliazione.
Che abbiate urlato a squarciagola un nome, quel nome che ancora non riuscite a dimenticare. Che abbiate, invece, ascoltato una voce tanto fastidiosa da rimanerne affascinati.
Rubato. Ammazzato un ideale. Trasgredito ad una regola che da sempre avete rispettato.
Saltato, cantato, preso droghe fantastiche e brillanti.
Che abbiate fatto l’amore sotto un cielo nerissimo, risolto un enigma di cuore. Cha abbiate tradito, visto un tradimento.
Che abbiate dovuto scovare la felicità più prossima nel recinto dei maiali…tutto questo, stanotte, non è mai esistito.

Edward Hopper
(in mostra a Palazzo Reale - Milano - fino al 25 gennaio 010)
Comments Off 25.10.2009. 23:22
Durante la crisi economica del ‘29 si registrò un considerevole aumento dell’aspettativa di vita: circa sei anni. Un enorme balzo in avanti che portò gli americani (soprattutto) da 57 a 63 anni di vita media e a livelli di mortalità davvero bassi.
Questo perché, a quanto pare, durante la forte crisi si ridussero considerevolmente i consumi di fumo, alcool e cibo poco sano e, sempre a quanto pare, la dimunuzione del lavoro portò tutti ad utlizzare il tempo libero per migliorare i rapporti personali, stare di più all’aria aperta e a sentirsi meno vittime dello stress.
Ottant’anni dopo lo scenario si ripete. Non più 1929 ma 2009. Stessa crisi. Stessa povertà. Forte in Europa quanto negli States.
Facendo due calcoli, e prendendo in considerazione il periodo di austerity che stiamo vivendo, alcuni ricercatori del Michigan (si, sempre loro: gli stessi che fanno ricerca su tutto, anche su quanti orgasmi ha in media un topo muschiato) hanno di recente pubblicato uno studio che racconta gli anziani degli anni 50 (i prossimi anni 50: 2050) come dei giovanotti che a 70 e 80 anni avrebbero la stessa forza dei 50enni di oggi.
Tutti quelli nati negli anni ‘70 e ‘80 (i vecchi ‘70 e ‘80, quelli della discomusic, di Michael Jackson e degli yuppies: 1970, 1980) sarebbero destinati ad una terza età sfavillante, fatta di ottima salute, voglia di vivere e vigore fisico. Scompariranno moltissime malattie e i segni del tempo potranno essere rimossi facilmente. Non si morirà più di infarto, nè di malattie infettive.
Saremo tantissimi. Anziani tantissimi: circa due/terzi della popolazione italiana. Saremo brillanti e guideremo il Paese (neanche adesso al Governo ci fossero i trentenni) e - soprattutto - saremo liberi dai vizi che oggi ci costringono a vite malsane: nel 2050 le sigarette non esisteranno più, così come le droghe e certi peccati da mensa fast-food.
Dobbiamo prepararci. Essere pronti. La vita che verrà sarà la vera vita.
Conviene star fermi ed aspettare. Non sprecare energie. Lavorare sul corpo.
Avanzare la battaglia contro la morte che non ci avrà.
Saremo vecchi, forse soli, forse depressi, ma bellissimi.

Cédric Tanguy
Ge
Comments Off 15.10.2009. 15:02

Incontrare José Saramago ha un prezzo, non in denaro. In pieno centro a Milano, in un teatro bellissimo e luminoso, si ha la fortuna di dover pagare un prezzo: quello della verità.
Nel presentare quest’uomo minuto, sincero, quasi irriverente, la parola che viene ripetuta da chi, con invidia, parla di libertà degli intenti e delle intenzioni, è appunto: verità.
Ho conosciuto Saramago sul web, lo ammetto. Davvero poco per i suoi libri.
Per me questo vecchio portoghese dal cuore rosso e senza vincoli è un blogger dal fascino chiaro e senza pieghe. Dalla scrittura diretta, a mettere in fila parole elementari che prese insieme regalano un profondo senso della verità. Ancora: la verità.
José Saramago è un uomo divertente, da osteria. Sboccato, affascinante. Un premio nobel si, ma indisciplinato. Uno con cui ti fermeresti al baretto sotto casa, a fare due chiacchiere veloci. A raccontare quello che non va e quello che, invece, va troppo veloce.
Non è un intellettuale prigioniero dei suoi paradigmi di perfezione. E’ un uomo nato da una famiglia contadina e comunista che a gran voce dice quello che gli fa schifo.
A Saramago fa schifo il nostro primo ministro Silvio Berlusconi. A Saramago fa schifo il nostro papa Joseph Alois Ratzinger.
Parla di incantesimo. Si chiede come mai tanti italiani abbiano scelto un leader così volgare, ridicolo e patetico. Si domanda quanta responsabilità ci sia nel voto dei cittadini e quanto invece sia reale l’ipotesi di “incantesimo” nel quale tutti noi sembriamo vivere.
Ci racconta, Saramago, di come si parla dell’Italia all’estero, in Portogallo, in Spagna o anche in Francia. Di quanto sgomento si provi di fronte a tante brutture. E guardando la platea domanda: “Ma davvero ci sono così tanti italiani che credono in Berlusconi?“.
La verità è forse questa? La maggior parte dei nostri connazionali ha un senso così mediocre e sottile del senso della lealtà e del pudore.
E questi anni… verranno ricordati come il ventennio in cui l’Italia scopri di essere marcia e malata, oppure saranno innalzati ad esempio di forza e bellezza?
Gentile Maestro José Saramago, noi una risposta non la abbiamo. Ma forse - continuando a leggerti - forse, la troveremo.
” Se mi chiedessero di dare un ordine di precedenza alla carità, alla giustizia e alla bontà, darei il primo posto alla bontà, il secondo alla giustizia e il terzo alla carità. Perché la bontà, per se stessa, già dispensa la giustizia e la carità; perché la giustizia, giusta, già contiene sufficiente carità. La carità è ciò che resta quando non c’è né bonta né giustizia“.
José Saramago ad oggi lavora al suo nuovo e terzo romanzo, ha interrotto la scrittura sul blog.
Ma se volete è tutto ancora online.
Provate ad aprire la mente, anche solo per qualche ora. Poi, se vorrete, potrete tornare ad essere i pessimi servi della vostra ignoranza: blog saramago. Come forse farò, ancora una volta, anch’io.
Ge
Comments Off 13.10.2009. 13:16