fever

Forti scosse e spasmi e sussulti. Brucia la testa e pungono i capelli.
Intorno al mio letto c’è un party ed io, come un re stanco e svanito, osservo gli ospiti capitolare.

Girano vorticosi su loro stessi aironi dalle piume trasparenti, come teli di plastica sfilacciati, con in testa piccole corone di ossa e di pietra. Ho paura dei loro becchi nervosi, cerco di scacciarli via con la spada di vetro che ho rubato alla principessa triste, adesso rannicchiata ai piedi dello specchio. Piange, da più di 30 ore piange ininterrottamente.

Due signore grasse e piene d’oro intonano uno strano stornello, ritmato in una lingua che non conosco. Dalle loro mani vengono fuori note di cioccolato nero che cerco di addentare, senza riuscirvi. Ho fame. Anzi no. Ho sete, questo si.

Da troppo tempo sono fermo qui, umido e a disagio. Guardo l’orologio. Neanche 20 minuti sono passati dall’ultima parata. Vanno via gli aironi, entrano gli elefanti e i dromedari, questa volta di metallo. Sono robot. Devo assolutamente scattare delle foto, chi mai mi crederà altrimenti?

Ma un arcobaleno di bolle mi scoppia in testa.
Ed un acuto fortissimo viene fuori dalla mia gola in fiamme, continuo e potente.


(Mark Ryden)

Non ero mai arrivato, in una notte sola e lunghissima, a toccare i 40 gradi. Il delirio carmico dell’alba mi ha poi salvato.

Ge

on the edge

Eravamo all’inizio di gennaio e la mia terapista mi disse: “vivrai una primavera bellissima; in primavera riavrai il tuo ritorno alla vita, al colore, al mondo che fuori t’aspetta”.
Le ho creduto. Fin dal primo momento che l’ho vista.
Bionda, altera, elegante, pacifica e sempre scientifica.

In questi tre mesi le ho raccontato tutto. Tutto quello che neanche a me avevo mai raccontato.
Senza mentire mai, neanche una volta. Senza camuffare nessun sintomo, neanche una volta.
Me l’ero ripromesso: voglio tornare quello di prima. O meglio: sereno come prima.
Prima del grande botto, del pianto, del processo alla mia vita. Prima di quel giorno in cui, una ad una, le mie convinzioni sono andate al macero, in un pomeriggio, ed è arrivata la paura a dirmi cosa fare.

Io, quello che era riuscito a passare i 35 anni senza colpo ferire, senza un attimo di tregua. Un treno.

La primavera sta arrivando. Sul serio, ci siamo. Dopo un inverno incerto che ci ha ghiacciato il cervello, per poi annebbiarci la vista. Un inverno, mai come questa volta, breve ma fortissimo. Tanto forte e tanto veloce da bloccare le gambe, irrigidire le mani e spingere verso il basso ogni idea di libertà.

Ma adesso il profumo della primavera sta per conquistarci.
Lo sentite, sporgetevi al sole. Lo sentite?

freedom new york

Ge

la felicità non è reato

A volte mi fermo, mi fermo e fisso un punto. Mi ripeto: passerà.
Ma altre volte, quando l’onda è più labile e vigliacca, con pieno senso analitico mi metto a sezionare il processo per intero. 
Il formicolio. I muscoli tesi. Un gran calore nel cervello.
Ed un pensiero fisso, una catastrofe imminente.  

La parola è leggera, 5 lettere: ansia.
Il senso è più cattivo, 6 lettere: panico. 

E dietro, un intero fardello di perché.
Perché adesso, perché qui, perché finora mai? 

E rendersi conto di aver bisogno di un aiuto.
Per capire che tutte le emozioni, i volti, le voci del nostro passato, si sono accumulate ed anche se bistrattate dalla nostra memoria, sono in nelle nostre menti. In un grande archivio che a volte, talvolta, va riordinato.

E da quel preciso momento, quelle due parole assumono un tono familiare.
Come un mal di gola, quando fuori c’è freddo e la sciarpa ti è volata via…

 

Ray Caesar

Ge, sopra il palco illuminato o nel deserto mettersi a cantare una canzone country contro il panico…

nephèle

La nebbia pone un muro, blocca la città.
E Milano ogni mattina s’incanta. Lenta lenta s’incanta.

La nebbia mi piace, rivela il mio animo operaio.

Le città avvolte dalla nebbia conservano un esempio: il fiero impegno.
Lì dove non c’è tempo per altro. Lì dove il lavoro sembra essere l’unica unità di misura per la felicità.

Ge

 
Nathlie Shau

in the middle

C’è un momento preciso in cui ognuno di noi si sente felice. Quando tutto coincide ed ogni cosa ha una sua posizione. Al centro.
I fortunati riconoscono questi momenti, ne colgono il sapore pacifico e conciliatore.
I più, al contrario, confidano nel futuro, sorprendendosi poi di rinvenire nei ricordi certe situazioni che ancora anelano, ma che sono già state.

Nel bel mezzo del mare, al centro di un enorme cerchio d’acqua. Intuire perché gli antichi credevano che oltre quell’orizzonte finisse il mondo.

 Al centro di una notte bagnata e lucente. Capire d’un tratto che qualcuno ci ama davvero.

 Nel punto esatto dove si incontrano le emozioni più forti: al centro della nostra testa. Stordirsi di immagini per dimenticare una violenza.

 Fermi per strada, al centro di un incrocio stranamente deserto. Minaccia neve e sapere che un posto caldo e vicino ci darà riparo. Una famiglia.

Non è da tutti saper vivere. Ma a tutti è concesso provare.

Ge


Edward Hopper

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