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Ge | flotteur
Archivio 'politicamente scorretto'

E’ arte difficile da capire, le cose dovranno cambiare“. Così, in un commento sbrigativo e facilissimo il nuovo governatore leghista del Piemonte ha liquidato l’intero sistema di musei e fondazioni d’arte contemporanea della regione. Le stesse che negli ultimi anni hanno contribuito alla rinascita di Torino.

Le cose cambieranno. Suona come una minaccia, quasi a dire: l’arte va’ gestita e governata; non si può certo correre il rischio dell’indipendenza.

Lo ammetto, non ho mai avuto una vocazione spontanea all’arte contemporanea. Nel senso: ammirato e talvolta divertito, non ho mai davvero ben inteso il vero senso di molte cose.
Ma in questi anni, diverse volte, ho incontrato persone sinceramente appassionate e, poco alla volta, la mia natura fanfarona, anche solo per pochi passi, ha prestato attenzione ad un movimento d’amore e libertà.
Il Piemonte e le sue fondazioni d’arte, da Rivoli e Biella, fin nel cuore della stessa Torino tanto viva da sembrare in lotta continua, hanno donato a me, e a chi distratto come me ha voluto avvicinare il capo e gli occhi e le orecchie, un pensiero diverso. Che sapesse valicare certe convinzioni perbene.

Sembra difficile da capire ma.

Se apri ben bene gli occhi, vedi anche quello che sta in mezzo. Al centro. E se provi ad appoggiare l’orecchio ad un muro bianco, forse, nel silenzio del bianco, puoi ascoltare nuovi suoni. Meravigliosamente dolci.
Se punti il naso verso l’alto, al cielo, potrai sentire profumi finora ignorati. Buonissimi invece. Se apri le mani senza remore, al caldo e al vento, il caldo e il vento ti toccheranno forte.
E se ancora, avrai voglia di spingerti ancora, potrai assaporare il gusto della vittoria, e della sconfitta. Dell’amore incollato e dell’odio più salato.

E capire che tutto questo, chissà, è arte per te.


Zonarte, Fondazione Mario Merz. Torino, aprile 2010.

Comments Off 18.05.2010. 00:02

Li chiamano uomini di colore ma il colore in realtà non c’è. Sono neri, non sono uomini colorati.
Vagano nel nostro meridione offrendosi per sopravvivere. E sopravvivono. Nascosti sotto le nostre grondaie, maledetti nei prati ampi e verdastri, rimpiccioliti nelle vecchie officine o nei capannoni umidi e sordi.

Si muovono in una continua migrazione che perfetta segue le stagioni. In primavera arrivano all’ombra del Vesuvio, la dove altri schiavi già vivono e si nascondono pericolosi, e piegano la schiena sui fili lunghissimi che reggono in piedi le piante di pomodori. Rossi.
A settembre spaccano le loro mani fra le vigne di Marsala, a novembre fra gli ulivi del Salento. In inverno inoltrato, invece, nel sud della Calabria raccolgono gli agrumi, quelli più succosi.

Sono schiavi, per il piacere del nostro vivere godereccio. 
E gli schiavi, come la storia secolare insegna, arrivano poi ad essere padroni. Padroni del tempo e del futuro.

Ge


Daniel Eatock

Comments Off 21.01.2010. 12:59

Incontrare José Saramago ha un prezzo, non in denaro. In pieno centro a Milano, in un teatro bellissimo e luminoso, si ha la fortuna di dover pagare un prezzo: quello della verità.
Nel presentare quest’uomo minuto, sincero, quasi irriverente, la parola che viene ripetuta da chi, con invidia, parla di libertà degli intenti e delle intenzioni, è appunto: verità.

Ho conosciuto Saramago sul web, lo ammetto. Davvero poco per i suoi libri. 
Per me questo vecchio portoghese dal cuore rosso e senza vincoli è un blogger dal fascino chiaro e senza pieghe. Dalla scrittura diretta, a mettere in fila parole elementari che prese insieme regalano un profondo senso della verità. Ancora: la verità.

José Saramago è un uomo divertente, da osteria. Sboccato, affascinante. Un premio nobel si, ma indisciplinato. Uno con cui ti fermeresti al baretto sotto casa, a fare due chiacchiere veloci. A raccontare quello che non va e quello che, invece, va troppo veloce.
Non è un intellettuale prigioniero dei suoi paradigmi di perfezione. E’ un uomo nato da una famiglia contadina e comunista che a gran voce dice quello che gli fa schifo.

A Saramago fa schifo il nostro primo ministro Silvio Berlusconi. A Saramago fa schifo il nostro papa Joseph Alois Ratzinger.

Parla di incantesimo. Si chiede come mai tanti italiani abbiano scelto un leader così volgare, ridicolo e patetico. Si domanda quanta responsabilità ci sia nel voto dei cittadini e quanto invece sia reale l’ipotesi di “incantesimo” nel quale tutti noi sembriamo vivere.
Ci racconta, Saramago, di come si parla dell’Italia all’estero, in Portogallo, in Spagna o anche in Francia. Di quanto sgomento si provi di fronte a tante brutture. E guardando la platea domanda: “Ma davvero ci sono così tanti italiani che credono in Berlusconi?“.

La verità è forse questa? La maggior parte dei nostri connazionali ha un senso così mediocre e sottile del senso della lealtà e del pudore.  
E questi anni… verranno ricordati come il ventennio in cui l’Italia scopri di essere marcia e malata, oppure saranno innalzati ad esempio di forza e bellezza?

Gentile Maestro José Saramago, noi una risposta non la abbiamo. Ma forse - continuando a leggerti - forse, la troveremo.

Se mi chiedessero di dare un ordine di precedenza alla carità, alla giustizia e alla bontà, darei il primo posto alla bontà, il secondo alla giustizia e il terzo alla carità. Perché la bontà, per se stessa, già dispensa la giustizia e la carità; perché la giustizia, giusta, già contiene sufficiente carità. La carità è ciò che resta quando non c’è né bonta né giustizia“.

José Saramago ad oggi lavora al suo nuovo e terzo romanzo, ha interrotto la scrittura sul blog.
Ma se volete è tutto ancora online.
Provate ad aprire la mente, anche solo per qualche ora. Poi, se vorrete, potrete tornare ad essere i pessimi servi della vostra ignoranza: blog saramago. Come forse farò, ancora una volta, anch’io.

Ge

Comments Off 13.10.2009. 13:16

In questo nuovo anno sociale cominciato al meglio fra malvagità ben strutturate, violenza, razzismo e una manciatina di insulti distribuiti un po’ in giro (ai terroni, ai froci, ai comunisti, ai musulmani, ai clandestini e ai rifugiati, agli insegnanti, ai fannulloni, ai dissidenti tutti) io, che ormai non decido nulla della mia vita ma credo fortemente nel valore della resa,  ho
 - accettato l’idea di badare al mio corpo, non più al mio spirito;
 - appreso il consiglio del nostro Papa(à) Benedetto dal Signore: “Dio persegue le colpe ma protegge i peccatori, purché sappiano dire no ai vizi del mondo e avere il coraggio di un radicale cambiamento di vita“; 
 - chiarita finalmente la mia nuova condizione di bello ma stupido.

Ge


Rainer Fetting

Comments Off 04.09.2009. 17:46

E’ stata la notte del futuro anteriore: quando capirò come amarti, lo farò. E’ stata la prima vera calda notte di questa estate che sembrava non dover arrivare. Villa Borghese e Roma silenziosa. L’alba raminga sulla scalinata deserta.

Mal digerisco le nuove regole contro gli immigrati clandestini. Ovvero: il fatto stesso di essere clandestini significherà essere colpevoli, di un solo reato: sopravvivere. Disumana stupidità. 
Mi vergogno di appartenere in qualche modo a questo Governo. Razzista. Fascista. Irrispettoso della storia e della cultura di altre popolazioni.
Siamo un Paese triste, chiuso e vecchio. L’intero mondo si apre al nuovo, integra sapori e profumi, viaggia veloce, contamina i propri figli per renderli uomini liberi. Noi torniamo indietro, ad acclamare parole di feroci imperatori, in pieno delirio cattolico e blasfemo: io sono il salvatore.

E’ stata la notte del passato remoto: Madrid ci amò davvero. Tanto. Fu quel dicembre di due anni fa, scanzonato e perfetto, a renderci uniti.

Tu: lavavetri sporco e fetente, mendicante che ruba i sani bambini italiani, romeno che violenta le nostre donne. E tu: pakistano terrorista, spacciatore marocchino, senegalese pirata della legalità. Tu: signora dell’est che bada ai nostri vecchi, commerciante cinese che vende prodotti malfatti e si rifiuta di parlare la nostra lingua. Tu: filippino penitente, altro non devi se non tenere le nostre case pulite.

Voi tutti. Per vivere in Italia dovrete ottenere un permesso e questo permesso ve lo faremo pagare caro. Dovrete rispettare l’Italia e i santi italiani, i nostri politici e la nostra cultura fatta di televisone, ancelle e sacerdoti, denaro, dolore, mafia, corruzione e ambiguità. Dovrete rendere omaggio a noi che vi salviamo la vita. Anche se in fondo noi: non vi vogliamo.

E’ stata la notte del gerundivo ormai desuento: veneranda, che deve essere venerata. Una notte che noi stessi abbiamo osato definire erotica, sfacciata, sfasciata, sincera e criminale.

Ge - Roma, 14 luglio 2009. Questo gin tonic non si fa spazio


Norbert Bisky

Comments Off 16.07.2009. 00:15

Sono stato su più fronti sgridato e ripreso. Come un fetente, un ingrato. Come fossi un sovversivo, cieco ed istruito alla cattiveria.
Persevero e sguazzo nelle mie idiozie. Mi accanisco contro il potere costituito, anche impaurito dal ventennio che stiamo vivendo. E sono forse tragico, esagerato.

Tornare a Sud fra le mie vecchie cose, accentua questa mia fama - ormai consolidata - di pessimo e incoerente comunista.
I vecchi amici. Mia madre. La zia. Gli amici degli amici. I nuovi amici.

Un plebiscito di consensi e risatine per il nano imperatore. Le sue gaffe? Modi di essere. Le sue parole? Quello che ogni italiano pensa davvero.
Ed io, io? Rimango qui incantato, inatteso.  A stupirmi di certe idee.

L’esigenza della mia terra a sud è palese: regole certe, severe, senza possibilità di garbo o comprensione.
Il motivo lo è ancora di più: laddove si delinque ci si aspetta rigidità per le delinquenze altrui. Una guerra fra poveri. Rincorrere la punizione. Godere della punizione.

Chiudo gli occhi. Lascio che il tempo scorra veloce. Passo avanti. Cammino ben diritto. Giro l’angolo. E volto le spalle.
Attendo. Tornerà la ragione. Anche nel mio sud.

E per questo prossimo futuro: futilità.

Ge

 
Kerry Skarbakka

Comments Off 21.04.2009. 12:27

Trema la terra, tremano i cuori e tutti i ricordi. Maldestramente vengono giù i solai, quasi senza geometria. Uno spettacolo fastidioso. Anche per quelle case aperte sul davanti, come quelle delle bambole, dove dentro puoi guardarci e scegliere da che parte mettere il comò. 

Ho ricordi vivi (ed anche morti) del mio terremoto da bambino di prima elementare. Mio padre che a braccia pesanti caricava me e mia sorella giù per le scale, i pianti e il buio, le notti a dormire in macchina e poi via: verso una vacanza forzata nella casa di Palinuro.

E gli incubi del cielo rosso, quel boato fortissimo che soltanto chi ha vissuto un terremoto sa quanto sia incredibilmente spaventoso: la paura vera. Il volto di mia madre che supplicava i vigili del fuoco di farla salire a prendere dei giubbotti perché “i bambini hanno freddo, sono in pigiama”.

Era il 23 novembre del 1980. Erano le 7 e mezza della sera.
Io seduto a tavola con le mie sorelle mangiavo le polpette. Era domenica.

I volti delle donne anziane di questa nuova tragedia mi commuovono.
Ferme, guardano e aspettano. Hanno perso la casa e la vita.
E c’è chi dice loro: “Andatevene al mare (lasciate la vostra terra). E’ tutto gratis (pago io)”.

Ge

Comments Off 09.04.2009. 13:53

Sabato pomeriggio di primavera. Qualcuno aspetta un bambino. Ed io aspetto fermo immobile che la grassona al mio fianco finisca di slinguare il suo cono al caramello.
(C’è una percentuale talmente alta di persone obese in questo posto che sembra di essere stati catapultati diritti diritti in Messico).
L’amica Paola si scervella sul colore del passeggino ed io accarezzo l’idea di fare sgambetti così a casaccio, ragionando sull’eventualità nazista: chiunque mi capiti a tiro, la perdita non creerà gran danno, nè dolore.

Cattivo.

Mi sono sempre chiesto dove si nascondessero, ed oggi li ho stanati tutti.
Le percentuali di gradimento del nostro Governo parlano chiaro: due milanesi su tre apprezzano il baraccone mediatico e caciottaro del Cavaliere, eppure io ho sempre fatto una gran fatica a capire chi fossero sti due milanesi tanto sprovveduti.

Interrogativo.

Ed eccoli qui, passeggiare davanti a me. Non due ma duemila, di più.
Dopo Trezzo d’Adda, verso Bergamo, nei dintorni di Vimercate. In un centro commerciale col cielo dipinto turchese a nuvole pannose, il sabato pomeriggio l’intero Popolo della Libertà si riunisce e mangia il gelato. E guarda le vetrine di Baci&Abbracci e Miss Sixty. Si inebria di profumi al bergamotto, e carica i piccoli bimbi della libertà su gonfiabili a forma di drago o castello.

Sorpreso.

Occhi fissi al vuoto, sorrisi malmessi, piedi tirati a fatica. Libertà.
Eccoli qui, davanti a me: i responsabili del decadimento di questi ultimi mesi. E per i prossimi lunghissimi mesi. Tutti insieme, non c’è vergogna nei loro occhi. Noia, sfinimento, accidia. Ma non vergogna.

Tutti insieme fanno davvero paura.

Ge


Cédric Tanguy

Comments Off 31.03.2009. 17:21
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