Archivio November, 2008
La stazione del metrò di Piazzale Maciachini brilla tutta. Tutta gialla e piena di luce.
Dovrebbe essere - rifletto - un luogo che racconta le vite di chi l’attraversa. Un meltin’pot di amarezze e felicità.
(Lo dicono anche alcuni libri. Lo raccontano da anni cantautori e narratori. Succede in ogni città del mondo)
Eppure, niente. Qui, sulla linea gialla del metrò milanese, non succede niente.
Com’è possibile? Come è possibile che un fiume in piena di gente così diversa, qui: sotto terra, non conceda neanche un labile tocco di voce?
Tacchi, fogli di giornale, i bip delle macchinette ticket all’ingresso. Un sentore di pessima musica negli auricolari del solito sudamericano sfasciato e stop.
Solo silenzio.
Perfino i gruppetti nutriti di studenti Tommy Hilfinger, la mattina sulla linea gialla del metrò di Milano, stanno in silenzio.
Imbarazzante. A parte un qualunque “cazzo vai? ” imprecato contro il malcapitato che procede contro corrente, tutto il resto è imbarazzante noia. Che certe volte scappa pure da ridere a guardarsi negli occhi, muti e serrati: il primo che parla, muore!
Stordito, col mio solito fare di quello che apprezza lo scambio sociale di idee e opinioni soltanto se esternate dopo mezzogiorno, mi verrebbe di urlare forte, pressato nel vagone. Qualcosa che rimbombi. Chessò.
Alla quindicenne di Quarto Oggiaro che fra mezzora si siederà in classe, e soltanto lì tirerà fuori risatine idiote e pessimi video dal cellulare.
Al giovane uomo finanza, neanche trentenne, con quella cravatta orribile che mi sbatte in faccia i suoi 1.500 euro e le sue mancate aspirazioni.
Alla stanca donna nordafricana che rientra a casa. Proprio quando gli uffici aprono, lei va’ a dormire, dopo sei ore di spazzole e detersivi.
Qualcosa che svegli tutti. Qualcosa che faccia rumore.
Lobomotizzati. Al mattino, poco prima che la nostra vita cominci, affoghiamo i rumori per fermarci silenti e prepararci all’avvio. Al mattino, poco prima che la nostra vita cominci, stringiamo forte gli occhi per non vedere cosa c’è dopo l’avvio.
Milano, alza la musica dai.

David LaChapelle
Ge
Comments Off 26.11.2008. 00:44
Grande stupore miei cari: la tivvù italiana si è improvvisamente fatta (?) socialmente progressista.
In finale nel reality più doloroso e metistofelico di questi anni: un insipido uomo etero, belloccio e tanto perbene; una spendida venere sudamericana, un po’ zoccola ma assai sincera; una saggia trans pronta a diventare guida spirituale di ogni momento transgender, nel corpo e nell’animo, per ognuno di noi; ed un finocchio velato, isterico e biondo platino.
Protestano le lesbiche, non rappresentate. Se è vero che la televisione è lo specchio fedele della società italiana, ancora una volta (però) la stessa televisione si dimostra sessista.
Porte aperte dunque a trans e gay, certo. Alle bellissime veneri dagli occhioni giganti e le tette che non cedono mai. Via libera al buon sportivo coccolone con il luccichìo negli occhi ogni volta che ode lontana la voce dolce di mammà. Tutto è ammissibile, purché tutto sia mirato alla soddisfazione fisica e mentale del maschio governatore.
L’Isola Italia sfida il forte vento delle contraddizioni. E mentre un’intera fetta di popolazione soffre la diversità, il nostro Governo risponde appieno a questa nuova tendenza.
E così, naufraghi di un improbabile giro di vite: la Ministra un po’ zoccola; il nano furbetto che punisce ma non viene punito; un anziano uomo in evidente confusione sessuale che decide di cultura e, sottovoce, piano piano, castra ogni nuova forma di arte e sperimentazione, esprimendo però tutto il suo estro in patetiche poesiole sulla rivista più glam.
Questa è parità signori. C’è tolleranza e rispetto.
Lo dice anche la televisione.
Che nessuno osi lamentarsi ancora. Che nessuno punti il dito contro questi scenari così aperti e fiduciosi da far invidia alle democrazie più felici.
Manca soltanto una lesbica. Ma il Governo ci sta lavorando.
Cédric Tanguy
Comments Off 18.11.2008. 12:57
E’ rinata, stiamo sereni. La recessione che ci aspetta sarà meno ardua. Più sopportabile. Perché se ce l’ha fatta Britney può farcela ognuno di noi.
Adesso che il ritorno al nucleare non è un’idea dei soliti comunisti allarmisti e le classi differenziate possono decidere il futuro del Paese, tenere bene in mente che la storia insegna: ogni passo verso la democrazia necessita di un periodo buio di sofferenza intellettiva, può aiutarci ad andare avanti senza barcollare. Senza accasciarci al pavimento, strette le ginocchia, con le orecchie tappate.
Ho acceso la tivvù e l’ho vista. Bionda, sorridente. Ammiccante. Scudiscia gli uomini, trash e suprema, trasformista. Stonata. Baraccona. Ma vincente.
Ha soltanto 27 anni eppure è stata sposata, è madre, disconosciuta e ripudiata. Chiusa in galera ha parlato con Satana. Tatuata è tornata pronta per un suicidio mediatico al quale ha resistito, goffa e maldestra. Ma ha resistito.
Tossica, alcolizzata, zoccola. Britney è la migliore del nostro tempo. E’ il simbolo estremo di questi anni da accartocciare tutti.
Io voto per lei. Lei si che ci tirerà fuori dal pantano.

David La Chapelle
Comments Off 03.11.2008. 00:14