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Ge | flotteur
Archivio April, 2009
Pubblicato in life contest

E’ colpa dei giapponesi, forse anche degli scandinavi, se il barocco non è più di moda.
Eppure noi italiani siamo profondamente barocchi. Per il colore, per il rumore.
Drappeggi viola carico e grossi specchi in legno dorato. Divani di velluto, tappeti a maglia stretta ed anatra all’arancia.

Il design ci ha avviliti tutti. E le linee asciutte ci intristiscono ancora.
Eppure ognuno di noi porta con sé il ricordo della prima santa comunione, cattolica e cafona. Quando bambini sognavamo Versailles e i balli di corte, dove baldracche con dei culoni enormi ammiccavano ad uomini in lamè, alteri cavalieri dagli stivali lucidi.

E tredicenni chi sognavamo? Le maggiorate del Drive In in tivvù, paillettes e lustrini. Capelli vaporosi, occhi ben marcati, tacchi da vertigine facile e calze a rete.
Non volevamo di certo smunte taglie 38 in casacchine minimal né tantomeno avremmo sognato per il nostro futuro un loft di cemento asciutto, ma colori accesi e soffitti brillanti. Maratone di sesso sudato, applausi a scena aperta con fischi ed ululati graziosi, tavole imbandite e perché no: un pavone che gironzola in salotto.

La soluzione alla crisi pessima e buia che stiamo vivendo.
L’antidoto all’indecifrabile paura del poi.
Il Barocco.

E’ colpa dei giapponesi, lodabili solo per aver inventato il sushi ed Hallo Spank. Rei non confessi di tanto piattume grigiolino e melange.
E’ colpa degli scandinavi, con le loro poltrone asciutte, le librerie bianche di trucciolato noioso e tutta questa gran voglia di sostenibilità emotiva ed ambientale.

Ma torneremo tutti ad essere pacchiani ed emotivi. Girovaghi e sfiniti festaioli.
I tempi sono maturi.
Il nostro premier dice che la prossima campagna elettorale verrà fatta con le veline ed i tronisti. Che Dio sia lodato!
E mentre sua moglie continua a ribellarsi allo status di ape regina, ciarlona e cornuta, noi tutti tifiamo per un futuro meno minimal, ma più friccicarello. Cosce e cocaina comprese.

Ge


 David LaChapelle

Comments Off 29.04.2009. 17:16

Sono stato su più fronti sgridato e ripreso. Come un fetente, un ingrato. Come fossi un sovversivo, cieco ed istruito alla cattiveria.
Persevero e sguazzo nelle mie idiozie. Mi accanisco contro il potere costituito, anche impaurito dal ventennio che stiamo vivendo. E sono forse tragico, esagerato.

Tornare a Sud fra le mie vecchie cose, accentua questa mia fama - ormai consolidata - di pessimo e incoerente comunista.
I vecchi amici. Mia madre. La zia. Gli amici degli amici. I nuovi amici.

Un plebiscito di consensi e risatine per il nano imperatore. Le sue gaffe? Modi di essere. Le sue parole? Quello che ogni italiano pensa davvero.
Ed io, io? Rimango qui incantato, inatteso.  A stupirmi di certe idee.

L’esigenza della mia terra a sud è palese: regole certe, severe, senza possibilità di garbo o comprensione.
Il motivo lo è ancora di più: laddove si delinque ci si aspetta rigidità per le delinquenze altrui. Una guerra fra poveri. Rincorrere la punizione. Godere della punizione.

Chiudo gli occhi. Lascio che il tempo scorra veloce. Passo avanti. Cammino ben diritto. Giro l’angolo. E volto le spalle.
Attendo. Tornerà la ragione. Anche nel mio sud.

E per questo prossimo futuro: futilità.

Ge

 
Kerry Skarbakka

Comments Off 21.04.2009. 12:27

Trema la terra, tremano i cuori e tutti i ricordi. Maldestramente vengono giù i solai, quasi senza geometria. Uno spettacolo fastidioso. Anche per quelle case aperte sul davanti, come quelle delle bambole, dove dentro puoi guardarci e scegliere da che parte mettere il comò. 

Ho ricordi vivi (ed anche morti) del mio terremoto da bambino di prima elementare. Mio padre che a braccia pesanti caricava me e mia sorella giù per le scale, i pianti e il buio, le notti a dormire in macchina e poi via: verso una vacanza forzata nella casa di Palinuro.

E gli incubi del cielo rosso, quel boato fortissimo che soltanto chi ha vissuto un terremoto sa quanto sia incredibilmente spaventoso: la paura vera. Il volto di mia madre che supplicava i vigili del fuoco di farla salire a prendere dei giubbotti perché “i bambini hanno freddo, sono in pigiama”.

Era il 23 novembre del 1980. Erano le 7 e mezza della sera.
Io seduto a tavola con le mie sorelle mangiavo le polpette. Era domenica.

I volti delle donne anziane di questa nuova tragedia mi commuovono.
Ferme, guardano e aspettano. Hanno perso la casa e la vita.
E c’è chi dice loro: “Andatevene al mare (lasciate la vostra terra). E’ tutto gratis (pago io)”.

Ge

Comments Off 09.04.2009. 13:53