E’ stata la notte del futuro anteriore: quando capirò come amarti, lo farò. E’ stata la prima vera calda notte di questa estate che sembrava non dover arrivare. Villa Borghese e Roma silenziosa. L’alba raminga sulla scalinata deserta.
Mal digerisco le nuove regole contro gli immigrati clandestini. Ovvero: il fatto stesso di essere clandestini significherà essere colpevoli, di un solo reato: sopravvivere. Disumana stupidità.
Mi vergogno di appartenere in qualche modo a questo Governo. Razzista. Fascista. Irrispettoso della storia e della cultura di altre popolazioni.
Siamo un Paese triste, chiuso e vecchio. L’intero mondo si apre al nuovo, integra sapori e profumi, viaggia veloce, contamina i propri figli per renderli uomini liberi. Noi torniamo indietro, ad acclamare parole di feroci imperatori, in pieno delirio cattolico e blasfemo: io sono il salvatore.
E’ stata la notte del passato remoto: Madrid ci amò davvero. Tanto. Fu quel dicembre di due anni fa, scanzonato e perfetto, a renderci uniti.
Tu: lavavetri sporco e fetente, mendicante che ruba i sani bambini italiani, romeno che violenta le nostre donne. E tu: pakistano terrorista, spacciatore marocchino, senegalese pirata della legalità. Tu: signora dell’est che bada ai nostri vecchi, commerciante cinese che vende prodotti malfatti e si rifiuta di parlare la nostra lingua. Tu: filippino penitente, altro non devi se non tenere le nostre case pulite.
Voi tutti. Per vivere in Italia dovrete ottenere un permesso e questo permesso ve lo faremo pagare caro. Dovrete rispettare l’Italia e i santi italiani, i nostri politici e la nostra cultura fatta di televisone, ancelle e sacerdoti, denaro, dolore, mafia, corruzione e ambiguità. Dovrete rendere omaggio a noi che vi salviamo la vita. Anche se in fondo noi: non vi vogliamo.
E’ stata la notte del gerundivo ormai desuento: veneranda, che deve essere venerata. Una notte che noi stessi abbiamo osato definire erotica, sfacciata, sfasciata, sincera e criminale.
Ge - Roma, 14 luglio 2009. Questo gin tonic non si fa spazio

Norbert Bisky